La crisi (in)finita.

Agli amici e lettori del mio blog, soprattutto a qualche collega che ogni tanto mi legge e con il/la quale discuto su come “sembrerebbe” che ci sia qualche “timido segnale” di ripresa… non per tafazziano disfattismo, ma solo per avere un panorama un po’ più largo delle nostre conoscenze lavorative locali, invito a leggere questo articolo di Mannironi su Repubblica.it.

Alcuni nomi di aziende in forte crisi e/o in fase di chiusura, delocalizzazione, fallimento riportati nell’articolo:

Linari Enzo srl di Forlì, azienda di macchinari per l’elettronica, Otefal Sail (l’ex Ila di Portovesme), la casa di cura privata (!!!) “Villa Alba” di Agnano, la Fini Compressori di Zola Predosa, l’ex Rdb (oggi gruppo Fantini Scianatico) di Torano Castello (Cosenza), la Lares e la Metalli Preziosi di Paderno Dugnano, la Basell di Terni (settore chimico), la Comar di Sinalunga, la Rockwool di Iglesias, produzione lana di roccia, la Cnh di Imola (macchine movimento terra, gruppo Fiat), la Domenico Russo & Figli di Benevento, la Istamp di Baldichieri d’Asti, produzione stampi e stampaggio materie plastiche, la Co.Solution (ex Euroform) di Pordenone, l’Scm di Pesaro… nell’articolo ce ne sono molte altre, non sto a riportarle tutte.

Che dire? Poco o nulla, da Settembre del 2008 ad oggi tutti i settori produttivi italiani stanno soffrendo, chi di più chi un po’ meno, principalmente per mancanza di liquidità e di commesse continuative: si assiste a picchi di lavoro urgentissimo ed a settimane di languore produttivo, le dirigenze ed i vertici di molte aziende sono capitani di vascelli sperduti nella nebbia, fari che indichino la rotta non se ne vedono. Finché la barca va… speriamo non ci siano degli scogli a pelo d’acqua!!!

In bocca al lupo. BigFab.

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Storia della fine di un’impresa

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Di seguito riporto una mail appena ricevuta da un collega ed amico con cui sto condividendo questi assurdi, inesplicabili, sicuramente storici ma per certi versi irreali momenti di crisi economica mondiale, vissuti nelle più modeste pieghe quotidiane dell’ormai sfilacciato tessuto industriale piemontese.

Lo chiameremo Claudio, anche se non è il suo vero nome. E non per un richiamo di tipo “giornalistico”, ove si usano appellativi fittizi per celare fonti o riferimenti celebri. Il caso qui è più semplice, è un amico di lunga data ed al quale, come a ciascuno, è dovuta la corretta dignità.

Claudio sta chiudendo l’azienda di famiglia. Dopo tanti anni, dal 1972. Nata da una sfida di suo papà, che da qualche anno non c’è più, uno di quegli imprenditori dal passato, provenienti dal “toni”, la tuta blu di lavoro compagna delle fatiche quotidiane, che con un po’ di risparmi messi, con tanta fatica e sacrifici da parte, un po’ di aiuto della moglie e forse di un parente mise su l’azienda, con tanto entusiasmo e voglia di “lasciare” qualcosa. Uno di quegli imprenditori che facevano impresa nel senso del termine, ovvero lavorando e dando lavoro. Uno di quegli imprenditori che vivevano condividendo la fatica, senza ostentazioni, senza ville o barche alla fonda in porti da VIP. Uno di quegli imprenditori che non andavano, o vanno, sui giornali, che non frequentano “salotti buoni”, che non hanno padrini  o calcano la ribalta di meeting in rinomate località. Uno di quegli imprenditori che sanno cosa è il senso dell’impegno. Claudio ha tenuto per anni il testimone del padre, ma alla fine realtà di oggi e sistemi di ieri lo hanno fermato. Ah, una cosa, dimenticavo (non è vero, l’ho lasciata alla fine per ultima): quando mi ha detto che stava chiudendo con un sogno durato tanti anni, anche se una linea telefonica disturbata rendeva difficile capire ogni termine, ho colto il groppo in gola che aveva. Ma una cosa l’ha detta, chiara, alla fine: “…chiudiamo, sì, ma saldiamo tutti fino all’ultimo”. Mi ricordo, chissà perché,  il motto che accompagnava uno spot di anni fa: “Meditate, gente, meditate…”.

Di persone che stanno vivendo la triste esperienza di Claudio, oggi, ce ne sono molte; spesso ancor più amareggiate ed affrante per l’impossibilità di chiudere saldando ogni debito, per sentirsi (prima di vedersi) appellati dal termine “falliti”, per aver letteralmente buttato via decenni di duro lavoro, perdendo le proprietà guadagnate con il sudore della fronte e, quel che è peggio, sentirsi privati della propria dignità, unico bene che si può acquistare solo con il tempo, la fatica e l’onestà, e che spesso si può perdere in un tempo infinitamente più breve, senza poter far nulla, perché tutti gli eventi remano contro. Purtroppo non c’è morale a questa storia, ne’ un lieto fine: rimane l’amaro in bocca per quello che sta accadendo e, soprattutto, inquietanti gravi preoccupazioni per i mesi futuri. Ringrazio il mio amico e collega per la testimonianza riportata.

Saluti (poco) lavorativi dal Vs. BigFab.

La tragedia della Thyssen Krupp a Torino

Immagine tratta da Repubblica.it

Vi segnalo un importante, toccante, approfondito articolo di Ezio Mauro riportato sul sito di Repubblica.it. E’ la descrizione di quanto avvenuto realmente in Thyssen, è la descrizione di una categoria di persone, gli operai, da sempre ultimo gradino del mondo industriale italiano (e non solo) e, fra questi, dei giovani che vedono davanti a loro un futuro denso di incertezze.

Il lavoro è fondamentale per l’uomo e, tra i lavori, le produzioni industriali sono creazioni concrete, frutto di impegno, di energie, di sacrificio di tempo, mezzi e, talvolta, purtroppo di uomini: occorre eliminare quest’ultimo sacrificio con l’applicazione della legge 626 già vigente (che a mio parere è severa e rigorosa) ma, soprattutto, con i controlli degli ispettori che verifichino realmente e sanzionino eventuali inosservanze. Non si può eliminare il rischio eliminando l’industria, come i guru dei nuovi modelli di business finanziario vanno predicando con la propria attività: occorre produrre industrialmente senza mettere a rischio l’incolumità di chi lavora, soprattutto per mancanza di volontà dirigenziale. Le autorità, nazionali e locali, devono investire in uomini onesti e mezzi per effettuare i controlli, è l’unico modo perché la 626 venga applicata in toto.

I sindacati devono smetterla di comportarsi come un partito politico aggiunto alla sinistra: devono fare quello per cui sono nati, devono tutelare i lavoratori, non occuparsi di politica e puntellare i governi di sinistra o dare spallate a quelli di destra.

I manager dei grossi gruppi, così come i piccoli imprenditori, devono mettersi in testa che non è risparmiando sulla sicurezza dei propri dipendenti che possono combattere la concorrenza (spesso estera) e/o creare maggiori utili all’azienda, ma solo con rigorose politiche di contenimento costi ed investimento in tecnologie.

Infine anche i lavoratori stessi hanno la responsabilità di tutelarsi: devono usare gli strumenti di protezione loro offerti (anche se talvolta scomodi o ingombranti), devono rispettare le procedure, devono accettare il rischio di un fermo macchina per far intervenire la squadra di manutenzione o di pronto intervento, per non subire il rischio di infortuni o peggio intervenendo a macchinario in movimento; la propria vita e la propria salute valgono ben più di qualche ora di lavoro persa, anche se si ha bisogno di lavorare.

Poi, ovviamente, l’onestà delle persone è fondamentale: l’ispettore che intasca la bustarella o prende un incarico di consulenza dall’azienda che deve controllare, il sindacalista che sistema i propri famigliari fino al quarto grado di parentela all’interno dell’azienda dove lavora, il manager o l’imprenditore che decide di rischiare la pelle degli altri (come sembra sia avvenuto in Thyssen) sono tutti sullo stesso, identico, schifosissimo piano umano, quello dei quaquaraquà, per dirla come Sciascia, e per non usare il turpiloquio.

Pensosi saluti da BigFab.