Storia della fine di un’impresa

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Di seguito riporto una mail appena ricevuta da un collega ed amico con cui sto condividendo questi assurdi, inesplicabili, sicuramente storici ma per certi versi irreali momenti di crisi economica mondiale, vissuti nelle più modeste pieghe quotidiane dell’ormai sfilacciato tessuto industriale piemontese.

Lo chiameremo Claudio, anche se non è il suo vero nome. E non per un richiamo di tipo “giornalistico”, ove si usano appellativi fittizi per celare fonti o riferimenti celebri. Il caso qui è più semplice, è un amico di lunga data ed al quale, come a ciascuno, è dovuta la corretta dignità.

Claudio sta chiudendo l’azienda di famiglia. Dopo tanti anni, dal 1972. Nata da una sfida di suo papà, che da qualche anno non c’è più, uno di quegli imprenditori dal passato, provenienti dal “toni”, la tuta blu di lavoro compagna delle fatiche quotidiane, che con un po’ di risparmi messi, con tanta fatica e sacrifici da parte, un po’ di aiuto della moglie e forse di un parente mise su l’azienda, con tanto entusiasmo e voglia di “lasciare” qualcosa. Uno di quegli imprenditori che facevano impresa nel senso del termine, ovvero lavorando e dando lavoro. Uno di quegli imprenditori che vivevano condividendo la fatica, senza ostentazioni, senza ville o barche alla fonda in porti da VIP. Uno di quegli imprenditori che non andavano, o vanno, sui giornali, che non frequentano “salotti buoni”, che non hanno padrini  o calcano la ribalta di meeting in rinomate località. Uno di quegli imprenditori che sanno cosa è il senso dell’impegno. Claudio ha tenuto per anni il testimone del padre, ma alla fine realtà di oggi e sistemi di ieri lo hanno fermato. Ah, una cosa, dimenticavo (non è vero, l’ho lasciata alla fine per ultima): quando mi ha detto che stava chiudendo con un sogno durato tanti anni, anche se una linea telefonica disturbata rendeva difficile capire ogni termine, ho colto il groppo in gola che aveva. Ma una cosa l’ha detta, chiara, alla fine: “…chiudiamo, sì, ma saldiamo tutti fino all’ultimo”. Mi ricordo, chissà perché,  il motto che accompagnava uno spot di anni fa: “Meditate, gente, meditate…”.

Di persone che stanno vivendo la triste esperienza di Claudio, oggi, ce ne sono molte; spesso ancor più amareggiate ed affrante per l’impossibilità di chiudere saldando ogni debito, per sentirsi (prima di vedersi) appellati dal termine “falliti”, per aver letteralmente buttato via decenni di duro lavoro, perdendo le proprietà guadagnate con il sudore della fronte e, quel che è peggio, sentirsi privati della propria dignità, unico bene che si può acquistare solo con il tempo, la fatica e l’onestà, e che spesso si può perdere in un tempo infinitamente più breve, senza poter far nulla, perché tutti gli eventi remano contro. Purtroppo non c’è morale a questa storia, ne’ un lieto fine: rimane l’amaro in bocca per quello che sta accadendo e, soprattutto, inquietanti gravi preoccupazioni per i mesi futuri. Ringrazio il mio amico e collega per la testimonianza riportata.

Saluti (poco) lavorativi dal Vs. BigFab.

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4 Risposte

  1. Leggere queste storie infonde una tristezza infinita, perché si tratta di progetti di vita che vengono stroncati e quindi, per chi li subisce, è un po’ come “morire”.
    Si muore sotto il profilo psicologico e però si è costretti a inventarsi un’altra esistenza.

    Saluti e buona serata.

  2. Ciao Romina, buona serata a te.

  3. ….purtroppo storie simili ne esistono tante e, tutti i giorni se ne aggiungono diverse……….a chi dare la colpa? Forse a noi stessi, nati con quella voglia di fare qualkosa di diverso, di dimostrare a noi stessi di essere in grado di salire non sul podio, ma solo sullo scalino superiore, di sentirsi solo un pò diversi dalla classe normale (classe operaia), ma a quale costo e a quale prezzo? Continuii compromessi con tutti, continue amarezze, continuii cambiamenti di stato d’animo e poi, alla fine, ti rendi conto ke dopo “solo” qualche decennio, lo scalino l’hai cambiato si, ma non a salire ma a scendere, lo stato d’animo, o, quello ke ne rimane, è ormai sopraffatto dalle negatività, dall’abbandono e, purtroppo, dalla voglia di chiudere e abbandonare il proprio ruolo. Decade pure e soprattutto quella voglia di non dipendere dal proprio superiore, di non scendere a compromessi.
    Di ciò, noi ce ne rendiamo conto solo dopo, anzi, i compromossi aumentano e sono all’ordine del giorno…..ora basta, sennò vi annoio, l’argomento è vasto……..

  4. Paolo, grazie per il tuo commento, non solo non hai annoiato, ma hai dato un ulteriore punto di vista alla questione. Sentiti libero di approfondire l’argomento, se lo desideri. Saluti.

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